Tunisia- Riuscirà Ennahda ad affermare il “modello turco”?

Mohammed Bouazizi

Nelle elezioni dello scorso ottobre 2011 il partito islamico moderato di Rached Ghannouchi, Ennahda, ha vinto le prime elezioni libere della Tunisia dopo oltre vent’anni, conquistando 89 seggi su 217. Ennhada è diventato il primo partito del paese, dando vita a un governo di coalizione. Il suo leader, Rached Ghannouchi, ha sempre detto che il nuovo governo avrebbe rispettato i diritti di tutti i tunisini, siano essi musulmani, laici o appartenenti ad altre comunità religiose. Ma ha anche sempre sottolineato di non considerare la Tunisia un paese laico, affermando che la lingua ufficiale del paese è l’arabo e la religione di stato è l’Islam. Chi credeva che la rivoluzione tunisina confermasse in tutto e per tutto la laicità dello stato ha commesso un errore. Anche i gruppi salafiti hanno ora  più spazio nella vita civile e politica del paese. Recentemente hanno protestato contro la decisione dell’Università Manouba di non ammettere a un esame una ragazza che aveva deciso di presentarsi con il velo integrale (che copre anche il volto). E forse tutta la Tunisia deve ancora chiudere definitivamente i conti con il passato: Ben Ali, pur essendo stato condannato all’ergastolo, si trova ora in Arabia Saudita. A differenza di Gheddafi che ha pagato con la vita, Ben Ali è ancora libero.

Ennahda era stato il secondo partito più votato nel 1989, dopo il Raggruppamento Costituzionale Democratico di Ben Ali. Fu bandito subito dopo quelle elezioni e il suo leader Rashid Ghannouchi fu costretto a rifugiarsi nel Regno Unito. Tornato in Tunisia durante i mesi della rivolta contro Ben Ali, Ghannouchi si è imposto come il capo di un partito islamico moderato fortemente radicato nel tessuto sociale tunisino e apertamente ispirato all’AKP turco di Erdogan.

Nato come partito fondamentalista, Ennahda ha negli anni ammorbidito le proprie posizioni e durante la campagna elettorale ha cercato di rassicurare l’elettorato sostenendo la democrazia, il pluralismo e una certa apertura al mondo occidentale. Ha promesso pari diritti a uomini e donne, ma anche spiegato di essere contrario all’imposizione del velo nel nome dell’Islam e del suo divieto in nome del secolarismo.

Rached Gannouchi

«Ennahda ha vinto perché è all’opposizione da 25 anni, durante i quali sono stati incarcerati 30mila militanti e altrettanti mandati in esilio», spiega uno dei leader del partito, Abdel Fattah Mourou. «Ennahda è stata la maggiore vittima politica di Ben Ali. Questo la gente lo sa. Non solo, gli altri partiti hanno polarizzato la campagna insistendo sul laicismo: i tunisini sono dei moderati ma attaccati profondamente alla loro identità musulmana». Il padre della patria qui è Bourghiba, che come Ataturk in Turchia aveva nettamente separato la religione dallo Stato senza mai rinnegare l’identità musulmana.

La nuova dirigenza tunisina deve fare i conti con gli agguerriti movimenti salafiti, che sembrano aver preso nuovo vigore sulla scia della rivolta.

Forse il primo segno del mutamento ideologico e strategico del Salafismo, da movimento “riformista” e tollerante in un movimento “fondamentalista”, muove forse i suoi primi passi ufficiali proprio in Tunisia, verso gli anni Trenta del XX secolo. Nel suo lemma «Salafiyya», su The Encyclopaedia of Islam, W. Ende ricorda come ciò fosse stato espresso in diversi settori. Innanzi tutto con l’organizzazione di “libere scuole” e di una nuova stampa periodica, gran parte della quale permeata di spirito wahhabita – marcatamente insensibile al tradizionale retaggio culturale islamico formatosi nel corso della sua più che millenaria esistenza in Asia, Africa ed Europa – nonché nella forte sottolineatura della necessità di rapporti privilegiati con l’Oriente islamico, nel moralistico impegno contro i malesseri sociali e i “vizi” importati a dire di questi nuovi Salafiti dall’Occidente (alcolismo e prostituzione innanzi tutto), nella condanna dello scimmiottamento dell’Occidente e del suo “decadente” femminismo, nell’ostracismo da decretare nei confronti delle missioni cristiane e nelle loro attività di proselitismo, nella ripulsa di organizzazioni come la Khaldūniyya, dell’YMMA (Young Men’s Muslim Association), creata a imitazione della Young Men Christian Association, e infine della Società per la Difesa e l’insegnamento del Corano (peraltro di brevissima esistenza).

In Egitto, l’evoluzione del Salafismo (per alcuni un’involuzione) avvenne nello stesso periodo, con la nascita di quella che viene chiamata da alcuni “Neo-Salafiyya”. Nascono infatti la ‘Jamiyyat al-Shubbān al-muslimīn (Organizzazione dei Giovani Musulmani) e la Fratellanza Musulmana, che non si rivolgono più a minoranze colte e “illuminate” (in qualche modo sensibili alla cultura occidentale) ma alle masse più incolte, impegnandosi in una profonda e capillare opera di “richiamo” (da’wa) all’Islam, cioè di riavvicinamento alla fede e alle pratiche canoniche dell’Islam, inteso in senso anti-intellettualistico e conservatore.

È per questo che attualmente il Salafismo è ormai frequentemente associato alle espressioni più radicali del Fondamentalismo islamico (che la stampa seguita a chiamare impropriamente “islamismo”). A partire dagli anni settanta del XX secolo, vi si richiamano infatti esplicitamente numerosi gruppi estremisti, come il Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento, sorto negli anni novanta in Algeria, ed altre milizie jihadiste vicine ad al-Qā’ida.

Il 15 aprile 2011 a Gaza, estremisti neo-salafiti (bollati da Hamas come “schegge impazzite”), hanno sequestrato e ucciso a Gaza il giornalista e volontario italiano Vittorio Arrigoni, che aveva organizzato l’unico blog non musulmano in quel territorio palestinese occupato, tenuto sotto duro assedio dal 2007 dalle forze militari israeliane. Ipotesi circa una matrice israeliana del misfatto non hanno trovato alcuna conferma.

Tornando alle elezioni di ottobre i veri sconfitti sono stati i laici del PDP, che secondo molti analisti sono caduti nella trappola di impostare lo scontro nei termini dell’opposizione tra islamismo e laicità. Qui invece la lotta era a uno stadio molto più semplice: ricchi contro poveri, privilegiati contro inermi. Ennahda ha saputo interpretare questa opposizione e su questa ha costruito la sua vittoria: ha distribuito denaro ai poveri, è andata nei villaggi impolverati del sud più dimenticato, ha pagato matrimoni alle coppie senza soldi, ha fornito alle famiglie soldi per l’educazione dei propri figli. Nell’insieme, ha saputo rispondere meglio degli altri alle esigenze di cambiamento immediato della massa che ha fatto la rivoluzione.

Il che naturalmente non la mette del tutto a riparo da rischi. Come oggi fanno notare in molti, il partito islamico di Ghannouchi deve stare attento a non essere usato come cavallo di Troia dalle frange più estreme dell’islamismo. La Tunisia è il primo dei paesi arabi che hanno fatto la rivoluzione ad avere votato e quello che succederà qui sarà inevitabilmente letto come anticipatore di quello che potrebbe succedere tra poco in Egitto con i Fratelli Musulmani. In Turchia Erdogan sta dimostrando che un partito islamico può essere compatibile con la democrazia e la modernità. Tutti sperano che anche in Tunisia avvenga la stessa cosa.

Lo scorso mese  di Giugno, Zine El Abidine Ben Ali è stato condannato ad un altro ergastolo perché ritenuto colpevole delle sanguinose repressioni delle rivolte scoppiate nel Gennaio 2011 nelle città di Thala e Kasserine. Pena che in ogni caso non sconterà, in quanto l’Araba Saudita gli ha concesso la propria protezione. Nella stessa sentenza è stato condannato a 12 anni l’ex ministro degli interni  Rafik Belhaj Kacem.



Categorie:G03- Storia contemporanea dei paesi arabi - Contemporary History of the Arabic Countries

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