Imruʾ l-Qays – إمرؤ القيس

Imruʾ l-Qays – إمرؤ القيس

Imruʾ l-Qays ( إمرؤ القيس‎) (501 circa – Ankara, 544 circa) è poeta arabo preislamico. Divenne figura leggendaria percorrendo i deserti di tutta l’Arabia nel disperato tentativo di riconquistare il regno che i suoi antenati, della tribù dei Kinda, avevano fondato nel Neged. Morì di ritorno dalla corte di Bisanzio dove aveva ottenuto da Giustiniano la nomina a filarca di Palestina. Primo esponente della tradizione letteraria araba, compose un dīvān in cui sono presenti tutti i temi che saranno tipici della poesia araba: la sensualità dell’amore, l’osservazione della natura, la descrizione della vita del deserto. Spicca tra questi componimenti la famosa muʽallaqāt con la descrizione del destriero, della caccia, del temporale improvviso, tematiche d’obbligo della qaṣida.

Vediamolo più in dettaglio. Le notizie concernenti la figura di Imruʾ l-Qays, considerato dalla tradizione araba uno dei principali poeti dell’epoca preislamica (inizio VI secolo d.C.), sono varie e talvolta incerte. Secondo la versione più diffusa nelle fonti, il giovane poeta era solito trascorrere il tempo fra divertimenti e amori tanto che il padre, Ḥujr, l’ultimo re dei Banū Kinda, ordinò di ucciderlo. Ma l’incaricato non ebbe il coraggio di compiere questo delitto e, invece di Imruʾ uccise una gazzella. In seguito Ḥujr perdonò il figlio, per poi, in un secondo tempo, bandirlo dai Kinda cosicché Imruʾ fu costretto ad affrontare una vita errabonda insieme ad altri che, come lui, erano stati allontanati dalle rispettive tribù.

In quegli anni però i Kinda entrarono in conflitto con i Banū Asad che riuscirono in uno scontro a uccidere Ḥujr. Questa uccisione è ricordata con orgoglio da ʿAbīd ibn al-Abras, poeta dei Banū Asad. Nonostante i passati contrasti con il padre, Imru l-Qays decise di vendicarlo per cui, essendo privo dell’appoggio tribale, si mise in viaggio alla ricerca di chi potesse aiutarlo in questa impresa.

Per far ciò si recò a Tabāla per interrogare la divinità oracolare di Dhū l-Khalaṣa. Estratta però una freccia che gli consigliava di non far nulla, la spezzò insultando la divinità, esclamando che se, invece del padre del poeta, si fosse trattato di quello della divinità, questa non si sarebbe certo accontentata di vaticinare in quel modo.

Fra le varie tappe fatte presso tribù diverse, si recò a Taymāʾ, governata dal principe ebreo al-Samawʾāl e poi presso al-Ḥārith, il re dei Ghassanidi. Quest’ultimo gli suggerì di recarsi a Costantinopoli per chiedere il sostegno dell’imperatore Giustiniano il quale gli assicurò il suo aiuto. In realtà Imru l-Qays, sulla via del ritorno verso l’Arabia, morì a causa di una sorta di camicia di Nesso che gli aveva regalato Giustiniano, sdegnato con il poeta che, durante il soggiorno a corte, aveva sedotto una sua figlia. La morte lo avrebbe sorpreso ad Ancyra/Ankara dove ancor oggi viene mostrata quella che è considerata la sua tomba.

Il dīwān pervenutoci comprende 68 poesie di diversa lunghezza, fra cui la sua muʾallaqa, e alcuni frammenti per un totale di circa 980 versi. Scriveva appassionate lettere d’amore, e nella tradizione araba qualcuno lo indicava come l’inventore della qasīda, l’ode amorosa della cultura classica araba.[1]

La Mu’allaqa  di Imruʾ l-Qays apre l’antologia di Hammad al-Rāwiya ed è stata sicuramente il modello di tutte le altre.

“Fermatevi, e piangiamo al ricordo di un essere amato e di una dimora situata dove finiscono le dune, fra ad-Dakhūl, Hawmal, / Tawdih e al-Miqrāh, la cui traccia non è cancellata né dallo scirocco né dalla tramontana che le vanno ondulando. / Negli spiazzi e sul suolo battuto si vedono ora soltanto gli escrementi delle gazzelle, simili a grani di pepe. / La mattina della separazione, il giorno in cui caricarono i cammelli presso i rovi della tribù, fu come se avessi spezzato il frutto amaro della coloquintide. / Fermatevi, come adesso i miei amici fermano per me le loro cavalcature dicendomi: Non morire di dolore,  e sii paziente!”

Subito dopo Imruʾ l-Qays si lancia in reminiscenze molto più allegre e sensuali. Una volta che la sua amata ‘Unayza stava bagnandosi con le amiche nelle acque di Dārat Gulgul, egli ne aveva rubato le vesti e aveva obbligato le ragazze a uscire dall’acqua a riprenderle con poco o niente addosso, ma poi si era fatto perdonare uccidendo la sua cammella e cucinandola per loro in un gaio banchetto, durante il quale le belle non la finivano più di tirarsi l’un l’altra la carne e il grasso “simili a frange di seta bianca fittamente intrecciata”.

Malgrado i loro divertimenti, che a noi potrebbero apparire alquanto rozzi, queste ragazze dovevano essere davvero speciali, visto che “quando si alzavano in piedi il profumo del muschio si diffondeva da loro come il lieve alitare del vento dell’est che reca l’aroma del garofano” sicché per la grande passione al nostro  buon Imru l-Qais le lacrime “scendevano per il petto fino ad inumidire il cinturone della spada”! Comunque, alla fine della festa, con ‘Unayza, restia o che finge di esserlo (“Maledetto, mi farai andare a piedi! … Tu ammazzi il mio cammello, Imru l-Qais, scendi dunque!”) tutto solo con lei sale il poeta sul palanchino, che poverino, com’è ovvio, si inclina pericolosamente per il peso e forse anche per le varie manovre gaglioffe di uno dei due. Le descrizioni incantevoli di questo e di altri convegni si accavallano fra di loro con dettagli estremamente affascinanti e vividi: come quando lui raggiunge l’amata superando guardiani e nemici bramosi di ucciderlo, mentre “le Pleiadi appaiono in cielo come le parti di una collana di perle frammiste ad oro” (ah, le costellazioni nel tersissimo cielo del deserto!) e la trova che dietro la cortina si è ormai tolta per il riposo notturno tutti gli indumenti, “eccetto uno solo”, e pur sempre fingendo di recriminare (“In nome di Dio, non vedo allontanarsi da te l’errore!”) lei lo segue fra le sabbie cancellando per di più le doppie tracce accusatrici “coi lembi dello scialle ricamato”:

Quando oltrepassammo il recinto della tribù e giungemmo in una conca fra un accumulo di dune, / attirai a me le ciocche laterali dei suoi capelli, e lei si chinò su di me … / Essa è come l’uovo dello struzzo la cui bianchezza è mescolata con del giallo, e nutrita da abbondante acqua pura, / si volta e mostra una guancia liscia e mi tiene lontano con uno sguardo simile a quello dell’ antilope selvaggia che ha un piccolo … / La sua vita è sottile come una fine redina, come eleganti steli di un papiro cresciuto sotto palme ben irrigate sono le sue gambe, / ci sono briciole di muschio nel suo letto mentre dorme a lungo la mattina con la cintura sciolta, / ed afferra le cose con dita delicate e leggere, simili a bruchi di Zabbī o a ramoscelli di tamerisco, / e la sua bellezza illumina le tenebre notturne come la lampada di un monaco solitario … / Le follie degli uomini finiscono con la loro gioventù, ma il mio amore per te non cambia.

 

Note

  1. S.v. [[Imruʾ al-Ķays b. Ḥudjr]] (S. Boustany), su: The Encyclopaedia of Islam.

 


Bibliografia

La fonte principale per le vicende della sua vita è il Kitāb al-Aghanī, vol. VIII, pp. 62–77.

D. Amaldi,Storia della letteratura araba classica, Bologna, Zanichelli, 2004.

D. Amaldi, Tracce consunte come graffiti su pietra, note sul lessico delle Muʾallaqat, Napoli, Istituto Universitario Orientale, 1999, v. pp. 103–107.

F. M. Corrao, Antologia della poesia araba, Firenze, la Biblioteca di Repubblica, 2004, v. pp. 66, 569.



Categorie:G04- Letteratura araba classica- Classic Arabic Literature

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