Antonio De Lisa- Sulle strade del sultano- Viaggio in Turchia

Antonio De Lisa- Sulle strade del sultano- Viaggio in Turchia

A circa 60 km a nord-ovest di Smirne, si trova l’antica Phocaea o Phokaia (per i Genovesi Focea), attualmente Foça o Eskifoça, all’estrema propagine turca verso il Dodecaneso, all’interno del golfo di Izmir. Stamane il cielo è chiaro e limpido l’orizzonte. Si è calmato il doloroso vento di scirocco, le cui folate sono presagi di sciagura. Quel vento trasporta nelle sue spire il bozzolo delle vampate. Quando soffia quel vento si siluppano gli incendi divoratori. Giganteschi. Che arrivano a lambire il mare come lingue di drago. Lo scirocco si alza con una prima folata imperiosa, mentre la gente è impegnata in tranquilli conversari. E’ l’annuncio. Non ti abbandonerà per l’intera nottata. Il mare è mugghioso e neghittoso. Non è un bel vento sincero. E’ un vento di cupi desideri, sudati incubi.

Focea, che i greci chianavano Φωκαία, Phōkaia e i latini Phocaea o Fogliavecchia era una città greca della Ionia ed era la città più settentrionale della Ionia. La città sorgeva alla foce del fiume Ermo (oggi Gediz) sulla penisola che separava a nord il Golfo di Cuma e a sud il Golfo di Smirne.

Se il mare è di malumore, meglio non entrare in acqua; ma se il mare è solo leggermente accigliato ti fa sentire la sua potenza con brutalità leggera, invitante, provocatrice. Ti avvolge nelle sue spire con trattenuta lascivia; sembra volerti trattenere e impedire di uscire. Devi volerlo, entrare deciso, perché qui a due metri è già profondo. Ma non lasciarti ammaliare. Il mare è suduttivo.

Mi sono ritagliato uno spazio in un anfratto di lecci. Sotto un alberello torciglioso. Non sara’ l’albero della conoscenza, ma non dispiacerebbe a Rousseau. Si intravede il mare tra le fronde come in una poesia di Montale e le foglioline del sottobosco sono mosse dai rapidi movimenti delle lucertole guizzanti.

Per entrare a mare davanti alla penisola bisogna sottoporsi a una prudente lentezza. Le falesie sono cosparse di punte aguzze come coltelli ben affilati. Il granito seghettato, che immagino staccatosi dalla montagna in una notte di tregenda, fra tuoni e lampi, scava nella pelle dei solchi simmetrici. Ci vogliono delle scarpette di gomma. Ma con cotali calzari eccoti trasformato in riluttante creatura anfibia, indecisa tra il regno terricolo, stabile ma monotono e quello equoreo, invitante nella sua incessante metamorfosi ma lievemente infido.

Vista dal mare, la costa di Eskifoça sembra l’opera di un semidio crucciato, che per uno sgarbo degli dei superni abbia graffiato la montagna senza uno scopo preciso, facendo rotolare a mare massi di varia consistenza e spessore. Umani, animali e pesci si aggirano fra queste rovine, senza fraternizzare, ciascuno chiuso nel suo mondo. I peggiori sono quelli che ti passano accanto in vocianti motoscafi interrompendo le tue bracciate tranquille. Il rullio delle bracciate ti consente, a turno, di assorbire boccate di sole che si inclina sull’orizzonte. Il sole ti sorride benevolo, sia pur tra gli spruzzi sgraziati di umani motorizzati

Si’, ti metti a sonnecchiare in pineta, ma poi ti devi guardare dai sogni, mentre gli insetti ti irrorano di piccole gocce di veleno. E i sogni sono pericolosi. Anche se talvolta affascinanti. Le cicale forniscono il tappeto sonoro di viaggi miracolosi, tra mostri marini e angeliche risonanze. Deve essere lo sciabordio ritmico delle onde pochi metri più giù che ti trascina in abissi scivolosi e verdastri, all’ appuntamento con figure che si celano negli scogli profondi. E quando ti svegli e ti immergi, riappaiono le stesse figure, mentre il mare perde l’azzurro e si veste di verde.

La Turchia è due volte e mezzo più estesa dell’Italia, è compresa tra le longitudini di 260 e 450 Est e le latitudini di 360 e 420 Nord di Greenwich. Cerniera tra Occidente e Oriente, si estende dall’estremità orientale della Tracia, e quindi dell’Europa, alla penisola dell’Anatolia che rappresenta l’estremità occidentale del continente asiatico.

Il paese anatolico conserva le tracce di un passato nel quale si sono avvicendate civiltà diverse e antichissime. Prima dell’arrivo dei turchi, infatti, popoli quali gli Ittiti, i Frigi, i Traci, i Lidii, gli Armeni e gli Elleni hanno abitato questa terra fatta di contrasti, non solo culturali, ma anche paesaggistici. Dai ghiacciai del Monte Ararat, sui quali continuano ad avventurarsi esploratori provenienti da tutto il mondo alla ricerca dell’Arca di Noè, alle spiagge dorate di località turistiche come Patara, affacciata sul Mediterraneo, fino alle sconfinate steppe della penisola anatolica.

La storia del Paese, da sempre crocevia tra lo scacchiere mediorientale e l’Europa, ha reso i turchi estremamente ospitali e aperti ai viaggiatori di ogni nazionalità e religione. In Turchia l’accoglienza è sacra e conserva il fascino di riti antichissimi come quello del tè, che viene offerto ai viaggiatori nei tipici bicchierini di vetro a forma di tulipano.

La Turchia è una terra piena di tradizioni, di misteri e di contrasti. E’ un Paese ricco di cultura ma anche di bellezze paesaggistiche.

La lingua ufficiale in Turchia è il turco. Numerose le lingue usate, sempre più come seconde lingue, dalle numerose minoranze etniche presenti sul territorio, dall’abcaso all’armeno, dall’azero al bulgaro, dal circasso fino allo zazaki. Discorso diverso per il curdo, parlato da qualche milione di persone, soprattutto nel sud-est del Paese, che rimane per molti la prima e a volte l’unica lingua parlata.

Sebbene il 98% della popolazione sia composta da musulmani, il 68% dei quali di rito sunnita e il restante 30% di rito sciita, l’Islam non è riconosciuto come religione di Stato, proprio in nome del liberalismo e dell’uguaglianza propugnati da Ataturk, principi che vennero posti alla base della fondazione della Repubblica Turca. Il restante 2% della popolazione comprende piccole comunità di ebrei sefarditi, greci e armeno-ortodossi, cattolici di rito bizantino e armeni protestanti.

Seconda città turca per numero di abitanti dopo Istanbul, Ankara si trova nell’omonima provincia e si erge su una collina rocciosa dell’altopiano anatolico circondata dalla steppa e lambita da un affluente del fiume Sakarya, il terzo fiume più lungo della Turchia.

Famosa fin dall’antichità per la lana delle capre a pelo lungo, allevate nella regione, le capre d’angora appunto, la città è stata fondata nell’Età del Bronzo, ma ha subito profonde trasformazioni a partire dagli anni Venti. Proprio da Ankara, infatti, il presidente Kemal Ataturk, il padre della Repubblica Turca, aveva deciso di avviare il processo di modernizzazione del Paese.

Ora la città appare come una moderna capitale dotata di strade larghe, alberghi, teatri, centri commerciali, università e uffici, ma conserva al suo interno un quartiere – Ankara Kalesi – che sembra un sorta di città nella città. Con le sue stradine strette e tortuose e i suoi edifici colorati. Nella cittadella si trovano le memorie del periodo romano, bizantino e turco. Molte case tradizionali sono state restaurate e ora ospitano ristoranti o gallerie d’arte. Ankara è infatti una città dalla vita culturale estremamente vivace e ospita numerosi festival cinematografici, oltre a un’Opera il cui balletto e la cui orchestra si stanno affermando a livello internazionale.

Molto belli il mercato dei venditori di rame e le botteghe dei venditori di spezie e frutta secca della cittadella in grado di inebriare ogni viandante.

l Museo delle Civiltà Anatoliche (o Museo degli Ittiti) in turco Anadolu Medeniyetleri Muzesi  è tra i più importanti musei archeologici del mondo con le sue inestimabili collezioni di opere del Paleolitico, Neolitico, Eneolitico, dell’Eta del Bronzo Antica, del periodo di hatti, ittiti, frigi, del periodo della civiltà di Urarti e romane esposte in ordine cronologico abbracciando diversi millenni di storia.

Situato presso la porta della Cittadella in due edifici storici risalenti al XV secolo.  Nel 1997 Il museo è stato nominato “museo dell’anno”.

Anche l’architettura del museo è molto bella, il soffitto è molto particolare, con pannelli di legno che formano uno spirale allungata, creando  dei giochi di luce sui reperti millenari.

I primi più grandi siti ittiti si vedono nella provincia di Çorum, nel Parco Nazionale di Boğazkale, tra Yozgat e la città di Çorum. Un’imponente cinta di doppie mura interrotte dalla Porta Reale, dalla Porta del Leone e dal Yer Kapi (un tunnel sotterraneo), circonda la città ittita di Hattusa (Hattusas), conosciuta oggi come Boğazkale.

Yazılıkaya, centro religioso ittita, era soprannominata “La Citta dei Templi”: infatti oltre 70 templi erano stati qui edificati. I resti più consistenti riguardano il tempio di Teşup, dio delle Tempeste. L’Acropoli comprendeva gli edifici del Governo, il Palazzo Imperiale e gli archivi dell’ Impero ittita. Nel 1.180 a.C. i frigi devastarono la città. Dopo gli scavi, le mura sono state debitamente restaurate.

Yazılıkaya, un Pantheon di roccia all’aria aperta del XIII sec. a.C., racchiude splendidi basso-rilievi di tutti gli dei e le dee ittite.

Alacahöyük, a nord di Bogazkale, sulla strada di Çorum, fu il centro della fiorente cultura hattiana durante l’Era del Bronzo. Gli splendidi oggetti d’oro e di bronzo hattiani, che attualmente si trovano nel Museo delle Civiltà Anatoliche di Ankara, sono stati trovati nelle Tombe Reali di quel periodo. Tutto quello che è rimasto ad Alacahoyuk, come ad esempio la Porta della Sfinge, risale al periodo ittita.

Dalle coste mediterranee, così simili a quelle delle isole greche, si passa in poche centinaia di chilometri ai desolati altipiani anatolici, preludio delle sterminate steppe asiatiche dove Ittiti, Persiani, Greci, Romani, Bizantini e Musulmani hanno lasciato impronte più o meno durevoli.

La Turchia ha altopiani con un’altitudine media di 1.132 m. L’altitudine media turca è più alta di 82 m. dell’altitudine media dell’Asia.

Nonostante vi si trovano i 12 picchi più alti del mondo, l’altezza media in Asia è di 1.050 m.; in Europa 330 m. ed in Africa 650 m.. Per questo motivo l’Anatolia viene chiamata Asia Minore.

Ciò che mi ha più affascinato di questo viaggio è stato proprio l’attraversamento dell’altopiano anatolico con i suoi villaggi e caravanserragli diroccati nella roccia. La bellezza inaspettata di questi paesaggi di scabra bellezza consente d’addentrarsi nel vivo delle tradizioni popolari turche e di entrare in contatto con l’autentica civiltà contadina di questo Paese.

La silenziosa ed arcaica Turchia si stende verso oriente. La Cappadocia, a qualche centinaia di chilometri di distanza da Istanbul, è un territorio vasto, aspro e misterioso.

Di questo immenso altopiano sono assolutamente da visitare le caratteristiche formazioni geologiche a cono, le cui forme bizzarre sono dovute all’erosione del vento, le chiese rupestri di Goreme, le case trogloditiche di Uchisar, il villaggio scolpito nella roccia di Ortahisar, i “pinnacoli” della zona di Zelve, le botteghe dei vasai di Avanos, le città sotterranee di Kaymakli e di Derinkuyn e l’eccezionale canyon di Ihlara.

Importante città selgiuchide, Kayseri (la Cesarea dei romani) era un centro di studi; di conseguenza, qui troviamo, tra i monumenti storici, un gran numero di “Medrese”. Quelle che interessano particolarmente per la loro forma architettonica selgiuchide sono la Cifte Minareli (Giyasiye e Sifahiye) Medrese, la prima scuola selgiuchide di anatomia costituita nel 1205, che oggi ospita il Museo della Storia della Medicina Gevher Nesibe. Non molto lontano si trova la graziosa Sahabiye Medrese. Vicino al bedesten della cittàa vi è la Moschea Ulu del XII secolo. La Moschea di Haci Kilic, a nord della Cifte Medrese, risale al 1249. Il Museo Ataturk si trova nella residenza di Resit Aga. Questa residenza di stile ottomano contiene gli oggetti personali di Ataturk. Di fronte è situata la residenza di Gupgupoglu, dove è stato allestito il Museo Etnografico.

Il Museo all’aria aperta di Göreme, un complesso monastico di chiese e cappelle rupestri tappezzate di affreschi, è uno dei siti più famosi della Turchia. La maggior parte delle cappelle sono datate dal X al XIII secolo, periodo bizantino e selgiuchide, e sono costruite su un piano a forma di croce, la cui cupola centrale è corretta da quattro colonne. Nelle navate laterali di molte chiese ci sono delle tombe rupestri. Tra le chiese più famose di Goreme, citiamo la Chiesa di Elmali, la più recente e la più piccola del gruppo, la Chiesa Yilanli (Chiesa coi serpenti) con affascinanti affreschi dei dannati tra le spire di serpenti, la Chiesa di Santa Barbara e la Chiesa di Carikli. A breve distanza da questo gruppo centrale abbiamo la Chiesa di Tokali, o Chiesa della Fibbia, con bellissimi affreschi di scene tratte dal Nuovo Testamento.

Le città sotterranee di Kaymaklı, Derinkuyu, Mazı, Özkonak e Tatlarin furono tutte utilizzate dai cristiani nel VII sec. per sfuggire dalle persecuzioni. Rifugiandosi in queste città ben nascoste, i cristiani evitarono il conflitto iconoclastico con Bisanzio e le invasioni. Queste città avevano depositi per il grano, stalle, camere da letto, cucine e condutture d’aria. Oggi esse sono ben illuminate e costituiscono la parte eccenziale e più affascinante di una gita in Cappadocia.

Città sotterranea di Derinkuyu: se non vi ci portano o non siete in possesso della georeferenza, non la troverete mai, non ci sono cartelli per  via e, essendo sotterranea, non la vedi, io avevo scambiato l’entrata per dei bagni pubblici. L’unica avvisaglia sono le bancarelle. Bella, emozionante e claustrofobica, 8 piani di 13 restaurati e vistabili, un plauso alla guida che riesce con la sua bravura a farla rivivere, bravo davvero.

Çatalhöyük o Çatal Hüyük, da çatal, “forcella” e hüyük, “collina”,  è un importante centro abitato di epoca neolitica dell’Anatolia e uno dei più antichi insefiamenti umani del mondo. Si trova nella Provincia di Konya, ai margini meridionali della pianura a 60 chilometri a sud della città di Konya.

Il sito, ricostruito lungo una sequenza di 18 livelli stratigrafici che vanno dal 7400 al 5700 a.C. ca., occupa una superficie di 13,5 ettari, dei quali solo un 5% è stato indagato con scavi archeologici.

È stato scoperto alla fine degli anni cinquanta; James Mellaart vi ha condotto campagne di scavi tra il 1961 ed il 1965. Dal 1993, ulteriori ricerche sono condotte da Ian Hodder.

Konya in epoca romana era conosciuta col nome di Iconium. Capitale dei turchi selgiuchidi dal XII al XIII secolo, fu uno dei più grandi centri culturali della Turchia. Durante questo periodo di espansione artistica, politica e religiosa, il mistico Mevlana Celaleddin Rumi fondò l’Ordine Sufico, ben conosciuto in occidente con il nome di Dervisci “Ruotanti o Danzanti” (Sema).

II mausoleo di Mevlana, ricoperto di mattonelle verdi, è la costruzione più famosa di Konya. Accanto al mausoleo, l’antico seminario dei dervisci, ora trasformato in museo, conserva i manoscritti che racchiudono l’opera di Mevlana, come pure oggetti di culto mistico appartenuti all’Ordine.

In prossimità della cittadella antica, la Moschea di Alaeddin, edificata nel 1220 durante il regno del grande sultano selgiuchide Alaeddin Keykubat, domina il cielo di Konya. Ad un lato di questa moschea, troviamo solamente una piccola parte di quanto rimasto del palazzo imperiale selgiuchide.

La Medrese di Karatay, ora museo, custodicce interessanti ceramiche selgiuchidi. Dall’altro lato della moschea, la İnce Minareli Medrese del 1258 è notevole per il suo meraviglioso portale selgiuchide barocco.

Pamukkale, che in turco significa “castello di cotone”, è un sito naturale nella provincia di Denizli, prossimo all’omonimo abitato. L’antica città di Hierapolis venne costruita sulla sommità del bianco castello.

I movimenti tettonici non solo hanno causato frequenti terremoti, ma hanno anche permesso la nascita di numerose fonti termali. L’acqua che ne sgorga è sovrasatura di ioni calcio e di anidride carbonica, che forma con l’acqua acido carbonico. Emergendo, l’acqua perde gran parte dell’anidride carbonica, spostando l’equilibrio chimico da bicarbonato a carbonato di calcio che, anche a causa dell’abbassamento della temperatura, precipita dando luogo alle caratteristiche formazioni, costituite da spessi strati bianchi di calcare e travertino lungo il pendio della montagna, rendendo l’area simile ad una fortezza di cotone o di cascate di ghiaccio.

Il nome di Afrodisia, con cui la città venne conosciuta in epoca ellenistica e romana, deriva dalla dea Afrodite, con cui i Greci identificavano la dea Astarte.

Lo sviluppo della città si ebbe soprattutto in epoca imperiale romana: per la sua fedeltà ad Ottaviano nelle guerre civili che lo portarono al potere come Augusto, le fu riconosciuta l’autonomia (continuamente contestata dalle altre città e dallo stesso governatore, costringendo la città a pagare ogni volta onerose ambascerie per appellarsi all’imperatore affinché venisse confermato lo status), confermata più tardi da Tiberio, e vennero edificati importanti monumenti pubblici. Per tutto l’impero romano rimase centro importante, sia per la presenza del santuario che come centro di produzione artistica legato alle vicine cave di marmo (scuola di Afrodisia). Fu inoltre un reputato centro culturale e vi nacque il filosofo Alessandro di Afrodisia. Nativo della città fu anche lo scrittore greco Caritone.

Kusadasi, il cui nome significa “isola degli uccelli”, è un porto sul mar Egeo. Si trova a 85 km a sud di Smirne.

Io a mare non sto sopra, sto sotto. Non molto sotto, quel tanto che basta. Armato di maschera e boccaglio esploro quieti abissi, tranquille profondtà, miti insenature. I ricci mi fanno compagnia, disposti in un ordine incomprenibile ma sensato. Adoro i dirupi muschiosi che si aprono in radure sabbiose, le rapide ascese di grumi rocciosi, le improvvise voragini fitte di alghe. Non scendo tanto sotto, non ho più il fiato, ma una tenera meraviglia mi guida in percorsi senza meta. Entro in acqua in un punto e ne esco 150 metri più in là, senza sapere nemmeno come ho fatto. Non ha importanza. Mi lascio andare

Nel paesaggio sottomarino le correnti si incrociano in una rete di direttrici. Seguire la corrente è come decifrare la lingua propria del mare, la sua logica interiore. Le correnti sono attorcigliate in presenza di grotte sotterranee. E’ meglio seguire quelle che conosci, perché sai dove sbucano, le altre lasciale stare. E quelle che conosci riservano sempre la sorpresa di sbucare in un condotto dai colori impossibili, azzurri ambrati, blu rocamboleschi, celesti gonfi di bianco. La risacca provoca una sinfonia di suoni a eco, come canti di sirene, vociare di ombre

Èfeso è una delle località archeologiche più frequentate di tutta la Turchia.

Il Tempio di Artemide ad Efeso era tra le sette meraviglie del mondo antico. Efeso fu una delle più grandi città ioniche in Anatolia, situata in Lidia alla foce del fiume Caistro, sulla costa dell’odierna Turchia e città natale dello scrittore Androne di Efeso, autore di un’opera sui Sette Sapienti che pare s’intitolasse Τρίπους.

La città si trovava approssimativamente fra le città di Smirne e Aydin dell’attuale Turchia.

Fu un importante e ricco centro commerciale e dal 29 a. C. fu la capitale della provincia romana di Asia. Tra le rovine, che ne fanno uno dei più noti siti archeologici del Mare Mediterraneo, sono degne di nota quelle del Teatro, del piccolo tempio di Adriano, della Biblioteca di Celso e dei numerosi stabilimenti di bagni pubblici.

Conservo religiosamente una foto davanti alla Biblioteca di Celso. Su una colonna è scritto “Sophia”, sull’altra “Epistheme”. Sapienza e Scienza.

Ridotte a una singola colonna sono invece le testimonianze di quello che fu il più celebre monumento di Efeso, e secondo Pausania (4.31.8) il più grande edificio del mondo antico: il Tempio di Artemide, una delle Sette meraviglie del mondo, raso definitivamente al suolo nel 401 per ordine di Giovanni Crisostomo, arcivescovo di Costantinopoli.

Efeso, oltre ad essere un sito archeologico molto speciale, è anche una meta molto importante di pellegrinaggio per i cristiani.

Ad Efeso c’è la casa di Maria. Sulla base delle descrizioni della mistica tedesca Anna Katharina Emmerick, è stata ritrovata a Efeso la casa dove la Vergine visse dopo la morte di Gesù. Era una casa rettangolare di pietra, a un piano solo, col tetto piatto e il focolare al centro, tra boschi al margine della città perché la Vergine desiderava vivere appartata. Il sacerdote francese Don Julien Gouyet, dando credito a queste visioni, andò in Asia Minore alla ricerca della casa descritta da Caterina. Gouyet effettivamente trovò i resti dell’edificio, nonostante le trasformazioni subite nel tempo, a nove chilometri a sud di Efeso, su un fianco dell’antico monte Solmisso di fronte al mare, esattamente come aveva indicato la Emmerick.

A partire dal VII secolo a causa delle frequenti aggressioni degli Arabi attorno alla chiesa vennero erette delle mura sicché la chiesa fece parte della rocca. Nel XIV secolo la basilica era adibita a moschea, nel 1375 fra la basilica e il tempio di Artemide fu costruita una nuova moschea, la chiesa perse le sue funzioni di culto musulmano e fu completamente trascurata andando in rovina. Gli scavi hanno messo in luce i resti che rivelano che la chiesa aveva la pianta a croce, era sormontata da volte a botte, era preceduto da un atrio costruito a terrazze a causa della pendenza del terreno, aveva due cupole sulla volta centrale, due sui bracci laterali e due al centro. Secondo i verbali del concilio di Efeso la Vergine rimase per un breve tempo in locali vicini a quella che fu la chiesa dove si svolse il concilio, poi si trasferì in una casa posta su un’altura oggi chiamata “monte dell’usignolo” e vi rimase secondo la tradizione fino all’anno 46 quando a 64 anni d’età fu assunta in cielo.

Nei pressi di Efeso si trova anche una caverna detta dei sette dormienti.  Nella seconda metà del III secolo , secondo la tradizione, sette giovani cristiani si rifiutarono di fare sacrifici al tempio dedicato all’imperatore, fuggirono dalla città e si rifugiarono in una grotta dove si addormentarono e quando si svegliarono non si accorsero di avere dormito non solo una notte, ma ben 209 anni, come risultò quando tornarono in città e videro che ormai il Cristianesimo non era più perseguitato. L’imperatore Teodosio informato del fatto lo accettò come prova della “resurrezione della carne“, fondamento della dottrina cristiana. I giovani vennero poi sepolti alla loro morte in questa caverna e si costruì una chiesa sui loro sepolcri.

Negli scavi eseguiti a Efeso si sono trovati i ruderi della chiesa e centinaia di tombe. Sia sui muri della chiesa che sulle tombe del VI secolo ci sono scritte collegate alla vicenda dei sette dormienti considerati santi e per diversi secoli i credenti continuarono ad essere sepolti in questo luogo, dove una credenza ritiene sia sepolta anche Maria Maddalena. La leggenda cristiana dei giovani dormienti è ricordata anche nel Corano in una “sura”, appunto chiamata “sura della caverna“, ed è motivo per i mistici musulmani di numerose interpretazioni.

L’aspetto è quello delle città nei paesi in via di sviluppo, edifici  lussuosissimi cedono il passo a vecchi palazzi, molti negozi tipici, di particolare bellezza il bazaar, ha un sapore vero, quello di un posto dove i cittadini vanno ad acquistare le proprie necessità.

In Turchia questa città viene chiamata “Bella Izmir”, ed è situata al fondo di un golfo lungo e stretto, solcato da navi e yachts.

Il clima è estremamente mite. D’estate un venticello viene su dal mare ed attenua il caldo.

Dietro ai viali di palme che costeggiano il mare, la città si arrampica lentamente lungo i fianchi delle montagne che circondano il golfo.

Izmir è considerata la terza grande città della Turchia e il suo porto occupa secondo posto dopo quello di Istanbul. Città cosmopolita, Izmir vibra tutto l’anno vivacemente con numerose attività: il Festival Internazionale delle Arti (che si tiene in giugno/luglio), e la Fiera Internazionale (agosto/settembre)  ne sono le testimonianze più eclatanti.

La città originaria (oggi Bayrakli) fu fondata nel III millennio a.C., e sviluppò, insieme con la città di Troia, una delle culture più avanzate dell’Anatolia dell’ovest.

Verso il 1500 a.C., venne conquistata dagli ittiti.

Durante il  I millennio a.C. izmir, allora conosciuta col nome di Smirne, assunse un ruolo di rilievo tra le città più importanti della Federazione Ionica divenendo, durante questo periodo, la più brillante di esse. Si crede che Omero vi abbia vissuto proprio in questo periodo. Verso il 700 a.C., i lidii conquistarono la città mettendo fine a questo periodo glorioso. Così izmir si ridusse ad essere quasi un villaggio per tutto il periodo di dominazione di lidia e successivamente persiana, nel VI sec. a.C.

Nel IV sec. a.C., a seguito dello sviluppo avvenuto con Alessandro Magno, una nuova città e la fortezza Kadifekale vennero edificate sulle falde del Monte Pagos, e a decorrere dal I sec. a.C., con i romani, iniziò una seconda fase di splendore per la città. In seguito i Bizantini occuparono la città (IV sec.); poi fu la volta della conquista selgiuchide nell’XI sec. Nel 1415 sotto il regno del sultano Mehmet Celebi, izmir entrò a far parte dell’Impero Ottomano.

Le sette chiese dell’Apocalisse, menzionate nel libro delle Rivelazioni di San Giovanni, e formate da comunità diverse, sono state trovate tutte in Turchia e sono: Smirne (Izmir), Efeso (Efes), Laodicea (Eskihisar), Philadelphia o Filadelfia (Alasehir), Sardis o Sardi (Sart), Thyatira (Akhisar) e Pergamo (Bergama).

Pergamo acquistò grande importanza a partire dal III secolo a.C. quando, sotto la dinastia degli Attalidi, divenne capitale dell’ellenistico “Regno di Pergamo”, che raggiunse l’apice nei secoli II-I a.C.

Nel VIII secolo vi s’installarono popolazioni anatoliche, ma fama, ricchezza e splendore vennero grazie a Lisimaco, luogotenente di Alessandro che investì buona parte dei bottini conquistati nel corso delle vittoriose campagne militari accanto al Macedone, proprio in questa città.

Filétero, eunuco e suo uomo di fiducia, colto e illuminato, fondò, grazie sempre al tesoro di Alessandro, un regno vero e proprio. Eumene II, figlio adottivo di Filétero, prese in seguito le redini dell’amministrazione della cosa pubblica. Attalo salì al trono dopo Eumene, prese il titolo di re e diventò uno dei più fedeli alleati di Roma, il che procurò privilegi e benefici alla città. In quei tempi Pergamo venne ulteriormente arricchita di monumenti egregi, letteratura e scienza trovarono mecenati generosi e la raffinatezza dei costumi prese a gareggiare con quella della Città Eterna. Ogni cronista dell’antichità che ebbe occasione di visitarla rimase rapito dal suo fascino.

Il numero dei manoscritti conservati nella sua biblioteca arrivò a 200.000. Si trattava di papiri provenienti dall’Egitto vergati dagli amanuensi di Pergamo e debitamente riposti ben arrotolati. È qui che ha inizio la storia del libro: infatti furono i bibliotecari di Pergamo che ebbero l’idea di tagliare i fogli e rilegarli con la forma che oggi conosciamo. Inoltre, nei pressi dell’antica Pergamo esisteva un centro importantissimo di cura di molte malattie, l’Asklepieion, una sorta di grande tempio-ospedale dove i medici curavano malati che arrivano qui da zone anche lontanissime. Nel 133 a.C., Attalo III, morendo senza eredi, lasciò il regno in eredità al popolo romano: la Lidia, la Caria, la Pamfilia, la Psidia, la Frigia divennero così la Provincia d’Asia di Roma. Da questo momento ebbe inizio l’irreversibile decadenza della città, che nulla riuscì ad arrestare. Oggi se ne visitano le rovine grandiose, come grandioso fu il suo splendore passato.

La città, beneficiando del mecenatismo degli Attalidi, divenne una delle più grandi e belle città greche.

La biblioteca di Pergamo era la seconda del mondo greco dopo quella di Alessandria, e fu proprio a Pergamo che venne inventata la “pergamena” per ovviare alla rarità del papiro in Asia Minore. Secondo Plutarco, Marco Antonio, dopo l’incendio della biblioteca di Alessandria nel 47 a.C., comprò tutti i manoscritti della biblioteca di Pergamo per farne dono a Cleopatra.

In città vi erano numerosi templi, come il grande santuario di Asclepio e il monumentale altare di Zeus e Atena (di quest’ultimo esiste una parziale ricostruzione, con elementi solo in parte originali, nel Pergamon Museum di Berlino). Fu, inoltre, Pergamo la prima città dell’Asia che introdusse ufficialmente il culto dell’imperatore: già nel 29 a.C. Augusto autorizzò la costruzione di un tempio dedicato alla dea Roma e a lui stesso.

Probabilmente per questa abbondanza di idolatria, nella lettera alla chiesa di Pergamo si parla della città come del “trono di Satana”; forse più che in ogni altra città dell’Asia i cristiani erano colà tentati dall’idolatria e, per converso, con la loro fedeltà si assumevano forti rischi: il martirio di Antipa ne è testimonianza.

Sul sito dell’antica Pergamo sorge oggi la città di Bergama.

Dalla cima scendono dei pullman antidiluviani, a cui non hanno registrato i freni da tempo immemorabile. Emettono lamenti prolungati e strazianti. Dalla mia postazione suonano come richiami di elefanti marini o anche come grida di dolore di anime sofferenti. Arrivano come rumori purgatoriali, espiazioni di peccati innominabili. Immagino la loro sofferenza di ombre che rotolano giu’ dalla montagna, tra sterpi e vipere.

Troia (in greco Τροία o Ἴλιον e in latino Trōia, Īlium o Īlĭŏn) è un’antica città dell’Asia Minore all’entrata dell’Ellesponto, in Turchia, ora chiamata Truva e abitata da un centinaio di nativi locali.

Fu teatro della guerra di Troia narrata nell’Iliade, che descrive una breve parte dell’assedio (prevalentemente tratta di due mesi del nono anno dell’assedio, secondo la cronologia proposta da Omero), mentre alcune scene della sua distruzione sono raccontate nell’Odissea. Della guerra di Troia si canta in molti poemi epici greci, romani e anche medioevali.

Altri poemi ellenici arcaici notevoli sulla guerra di Troia sono i Canti Cipri, le Etiopide, la Piccola Iliade, la Distruzione di Troia e i Ritorni. Il poema latino Eneide inizia descrivendo la distruzione di Troia; un inserto poetico, la Troiae Alosis, “Presa di Troia”, è contenuto nella Pharsalia di Lucano. La città venne riscoperta nel 1871 da Heinrich Schliemann. Il sito archeologico di Troia è stato proclamato patrimonio dell’umanità dall’UNESCO nel 1998.

Prendo un ferry boat a Çanakkale per attraversare i Dardanelli. E’ mattina presto. Sto per tornare in Europa.

La Tracia  è la regione che occupa l’estrema punta sudorientale della Penisola balcanica e comprende il nordest della Grecia, il sud della Bulgaria e la Turchia europea.

I suoi confini sono cambiati nel tempo: secondo i confini stabiliti in seguito alla Prima guerra mondiale, i monti Rodopi separano la Tracia greca da quella bulgara, e il fiume Evros (Maritza) separa la Tracia orientale (in Turchia) dalla Tracia occidentale (Grecia).

lstanbul è  affacciata sull’acqua, sulle rive del mar di Marmara, le sponde del Corno d’Oro e lungo lo stretto del Bosforo. A Sultanahmet, la città vecchia al centro di questi tre corsi d’acqua, si trovano le meraviglie di Istanbul.

Inizio con il Kapali Çarsi, il Gran Bazar coperto tra i più grandi del mondo. E’ una vera e propria città nella città, con le sue stradine, le sue piazze cinte da colonnati, le sue 18 porte d’accesso, le cinque moschee e le numerose fontane. Più a est, verso il mar di Marmara, svetta maestoso uno dei più grandi esempi di arte bizantina rimasti: la basilica di Santa Sofia. Costruita nel 360 da Giustiniano come monumento alla cristianità, dopo la conquista di Costantinopoli è stata trasformata in moschea con la semplice aggiunta di quattro minareti. Di fronte a Santa Sofia s’impianta saldamente la Moschea Blu, coi suoi sei minareti quasi a voler primeggiare in una magica gara di proporzioni e grandezza. A due passi da qui svettano imponenti gli obelischi dell’antico ippodromo.

Più a nord, circondato da un grande parco, sorge solenne il palazzo di Topkapi, che custodisce la favolosa storia dei sultani, con i loro fasti dorati e i preziosi tesori. Poco lontano da qui meritano una visita la moschea di Solimano, la grandiosa cisterna sotterranea dello Yerebatan Sarayi (costruita anch’essa da Giustiniano per dissetare la città nei periodi di penuria d’acqua) e l’antico acquedotto.

Dall’altra parte del Corno d’Oro la prima cosa che si nota è la tozza Torre di Galata. Costruita dai Genovesi, dà il nome anche al celebre ponte che gli sta di fronte. Ed è proprio qui il vero centro pulsante di Istanbul: il ponte di Galata, variopinto, chiassoso, affollato di venditori e pescatori che vendono pesce fritto pescato nelle acque inquinate dello stretto. Nei pressi si trova il Misir Carsi (il bazar egiziano), la piccola moschea Rustempasa Cami e il curiosissimo Tunel, una specie di funicolare sotterranea. Una gita in battello sul Bosforo vale senz’altro la pena, soprattutto per ammirare da lontano il profilo dei minareti, le belle case in legno con le fondamenta sull’acqua e il palazzo Dolmabahce.

Il Kapali Carsi, l’immenso mercato è aperte dalle 8.30 alle 19.00. Di pomeriggio ci si può rilassare in qualche buon bagno turco (i migliori sono quelli non frequentati dai turisti.), o sedersi ai tavolini dei caffè dove si partecipa al rito del caffè alla turca (prima di berlo, occorre aspettare che la polvere si depositi sul fondo della tazzina) oppure per assaggiare un bicchierino di “raki”, bevanda all’anice che qui si beve prima, durante e dopo i pasti. Istanbul è un città dove i divertimenti non mancano, ma il genere è un po’ diverso da quello cui siamo abituati: si può scegliere più che altro tra i “casinosu” (locali con musica turca) o i luoghi dove si esibiscono le danzatrici del ventre.

A Istanbul si mangia abbastanza bene. A Sultanahmet ci sono numerosi ristoranti, pizzerie e rosticcerie dove è possibile gustare ogni specialità culinaria turca; gli spiedini “shish kebab”, il “dolmas” (un intruglio di carne, spezie e riso avvolto in foglie di vite), le mille varianti di “meze” (antipasti) e di “Kofte” (polpette).

Esiste una specie di metropolitana (una sola linea, Tunel-Karakoy), ma è fatiscente quasi quanto gli affollatissimi autobus. Ma per girovagare meglio a piedi o in taxi.

Istanbul è una città dove basta attraversare un ponte o prendere un battello per passare da Occidente a Oriente, una città segnata da un storia millenaria, una metropoli affascinante, cosmopolita, caotica e straordinaria. Di questa immensa città affascina sicuramente il suo essere poco europea e poco asiatica, un po’ mussulmana e un po’ ortodossa, lanciata verso il mare ma ben salda ai due continenti su cui si estende. Istanbul è oggi in declino rispetto ai gloriosi e fiorenti anni ormai lontani, è un città dove i suoi abitanti combattono ogni giorno una dura lotta per sopravvivere, e bisogna fare uno sforzo (come visitatori) per associare la città-monumento a quella reale, perché tutta la storia passata sembra estranea a ciò che appare oggi.

Antonio De Lisa

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