Somalia- La guerra asimmetrica di Al-Shabaab

Somalia- La guerra asimmetrica di Al-Shabaab

Fallito un nuovo attacco al palazzo presidenziale

L’attacco degli Al-Shabaab al palazzo presidenziale di Mogadiscio è “terminato e la situazione è sotto controllo”. A dare l’annuncio è una fonte della sicurezza somala. “Nove assalitori sono rimasti uccisi nel blitz, la situazione ora è sotto controllo”, ha precisato Abdi Ahmed.
Poco prima i miliziani Al-Shabaab, legati ad al Qaeda, avevano diramato un comunicato attraverso il quale sostenevano di aver “preso il controllo” del palazzo presidenziale a Mogadiscio. “I nostri combattenti sono all’interno del cosiddetto palazzo presidenziale”, sosteneva il portavoce militare degli al Shabaab, Abdulaziz Abu Musab. “Noi controlliamo il quartiere generale del regime apostata”.

Testimoni hanno riferito di una sequenza di esplosioni e sparatorie tra uomini armati e le forze di sicurezza somale.

«I nostri combattenti sono all’interno del cosiddetto palazzo presidenziale», aveva affermato il portavoce militare degli al Shabaab, Abdulaziz Abu Musab.

Secondo un ricostruzione, un’autobomba sarebbe esplosa all’ingresso dell’edificio permettendo a uomini armati di entrare nel Palazzo evitando la sicurezza. Scontri a fuoco ed esplosioni si sarebbero quindi verificati all’interno del palazzo mentre il presidente Hassan Sheikh Mohamud non era al suo interno. Mohamud si trovava infatti nella residenza dell’inviato speciale delle Nazioni Unite in Somalia, nei pressi dell’aeroporto, quando è stato sferrato l’attacco.

Un cospicuo contingente della polizia somala aveva accompagnato il presidente in missione e per questo il Palazzo presidenziale era sotto il controllo dei soldati dell’Unione Africana. Al termine del fallito attacco, si contano dunque nove morti tra gli assalitori, tra cui alcuni uomini kamikaze. Il presidente – afferma un funzionario della sicurezza -è stato intanto portato al sicuro.

Già sabato i miliziani di al-Shabab legati ad al-Qaeda avevano attaccato il Parlamento somalo di Mogadiscio, a un centinaio di metri dal Palazzo presidenziale, causando la morte di cinque persone tra civili e agenti della sicurezza.

Il palazzo presidenziale è la sede del governo e al suo interno vi abitano anche diversi alti funzionari governativi. Il 21 febbraio oltre 15 persone avevano perso la vita in un’altra spettacolare azione, condotta sempre a Villa Somalia dagli integralisti. Il 24 maggio furono invece una decina i morti di un altro attentato ma questa volta contro il Parlamento.

Nonostante “l’espulsione” da Mogadiscio e dalle principali città tra il 2011 e il 2012, la capacità offensiva degli Shabaab resta alta come dimostrano i recenti attentati. Nelle settimane scorse il gruppo ha minacciato di incrementare gli assalti durante il mese del Ramadan.

Origini e obiettivi di al-Shabaab

In lingua somala al-Shabaab (in italiano “i Giovani”, parola originata dall’arabo al-Shabāb, La Gioventù), anche noto come ash-Shabaab, Hizbul Shabaab (dall’arabo Ḥizb al-Shabāb, Partito della Gioventù), e Movimento di Resistenza Popolare nella Terra delle Due Migrazioni (MRP), è un gruppo insurrezionale islamista attivo in Somalia. Il gruppo si è sviluppato a seguito della sconfitta dell’Unione delle Corti Islamiche (UCI) ad opera del Governo Federale di Transizione (GFT) e dei suoi sostenitori, in primo luogo i militari dell’Etiopia, durante la guerra in Somalia. È la cellula somala di al-Qāʿida, formalmente riconosciuta nel 2012. Da numerosi governi e servizi di sicurezza occidentali è considerata un’organizzazione terroristica. Nel giugno 2012 il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha posto delle taglie su numerosi capi del gruppo.

Uno degli obiettivi primari del gruppo è la istituzione della regola della sharīʿa come legge delle Stato somalo; altri fini sono la cacciata dei soldati stranieri dalla Somalia, soprattutto le forze etiopi alleate del governo, ma anche la forza internazionale di pace AMISOM, e il rovesciamento del Governo Federale di Transizione (GFT).

La guerra del 2012

Truppe keniane erano entrate a Kisimayo nel settembre del 2012 nell’ambito della missione dell’Unione africana per costringere alla resa i miliziani islamici al-Shabaab. Questi  si erano ritirati dalla città portuale nel sud della Somalia, ma hanno anche fatto sapere che “la battaglia non è ancora finita, ma solo appena iniziata”.

“La battaglia per Kisimayo non è ancora finita, è solo iniziata. La sola cosa che è cambiata è che ora si passerà dai metodi di guerra convenzionale ad altri asimmetrici – aveva detto ad al Jazeera un comandante militare del gruppo, Abu Omar – questa è una battaglia che siamo decisi a combattere, una battaglia che è ancora in corso”. Il portavoce di al-Shabaab, Ali Mohamud Rage, annunciò questa mattina il ritiro dei miliziani dalla città definendolo “tattico”. Rage aveva sottolineato che i guerriglieri si erano ritirati “per scongiurare vittime civili”, a fronte dell’assalto lanciato nei giorni precedenti alla città dalle truppe keniane nell’ambito della missione dell’Unione africana.

Gli abitanti della città avevano confermato alla France presse il ritiro dei miliziani: “Non sappiamo dove siano andati, ma l’ultimo mezzo militare ha lasciato questa mattina presto la città”, aveva detto Hassan Ali. “Anche la stazione radio (Andalus) non funziona”, aggiungeva.

“La città non è controllata da nessuno per ora – aveva detto un abitante di Chisimaio, Mohamed Hassan – la gente si sente sollevata. Speriamo non ci siano altri scontri”.

Parlando alla Bbc, un portavoce dell’esercito keniano giudtificò il mancato ingresso nella città con il timore che il ritiro possa rivelarsi una trappola. Da parte sua, il ministro della Difesa di Nairobi, Yusuf Haji, sottolineava che i miliziani non avevano ancora lasciato l’area e “non sarebbe difficile a persone che conoscono la zona intrufolarsi senza essere rintracciate”.

Il porto di Kisimayo rappresentava la principale fonte di finanziamento dei miliziani: secondo l’Onu riuscivano infatti a garantirsi fino a 50 milioni di dollari l’anno attraverso i traffici portuali.

Kisimayo rappresentava l’ultima roccaforte degli shebab. Dal punto di vista politico e simbolico, dunque, la sua caduta è importante. I miliziani shebab da almeno dieci anni occupano il paese applicando la legge coranica e praticando un oscurantismo estraneo culturalmente alla popolazione somala. L’operazione militare è quasi da film, una scenografia di quelle che avrebbero meritato una copertura mediatica molto più impegnativa: da settimane la città è circondata da terra (truppe del Kenya, dell’Etiopia, dell’Onu e del governo di Mogadiscio), dal cielo (gli aerei da guerra keniani e i droni americani con base in Etiopia), dal mare (le navi da guerra e i mezzi anfibi keniani). L’attacco alla città è cominciato dal mare: uno sbarco in grande stile di centinaia di soldati del Kenya con l’appoggio aereo e dell’artiglieria di terra. La caduta di Kisimayo, salvo colpi di scena sempre possibili, apre una nuova era per la Somalia. Anzi, potremmo dire che ne chiude una di venti anni.

Al di là del valore politico-simbolico, per la Somalia Kisimayo ha un importante valenza economica. La città è situata sulla foce del fiume Giuba ed è nella cosiddetta “parte utile” del paese, cioè l’unica fertile di tutto il paese che è semi-desertico. A renderla fertile sono, appunto, il fiume Giuba e lo Shebele. Per questo motivo questa regione si chiama la terra tra i due fiumi. Vi si può praticare l’agricoltura, appunto, e anche l’allevamento. Infine, cosa tutt’altro che trascurabile, Kisimayo è anche un importante porto lungo la costa che va dall’Eritrea fino alla Tanzania.

Ma Kisimayo è ben altro. Anzi, diremmo che è molto di più: la città è quasi più importante per il Kenya che per la Somalia. Proprio sulla frontiera, per la precisione sulla vicinissima isola keniana di Lamu, dovrebbe arrivare l’oleodotto che parte dal Sud Sudan e dovrebbe rendere commercializzabile il greggio sudanese facendo a meno delle infrastrutture del Nord Sudan, cioè del regime di Khartoum, e del terminale di Port Sudan. Una operazione, questa, che renderebbe il Kenya partecipe di un businnes immenso e farebbe entrare nelle sue casse il denaro per l’utilizzo delle sue strutture, dei suoi terminali, e dei servizi portuali. Oltre, naturalmente, a dare a Nairobi un ruolo diplomatico importante nella regione, con un paese, il Sud Sudan, appunto, che sarebbe quasi totalmente dipendente economicamente dal Kenya.

 



Categorie:Y05- Military Activity

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