La Grande Rivolta araba del 1936-39

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La Grande Rivolta araba del 1936-39

Di rivolte arabe all’inizio del secolo XX ce ne sono state due. La prima avvenne nel 1916-18 contro i turchi, la seconda, del 1936-39,  fu un’insurrezione degli arabi palestinesi  nel corso del mandato britannico della Palestina e si espresse in senso ostile agli ebrei.

Le radici più profonde del conflitto per la Palestina si trovano tra le due guerre mondiali. Prima che il sionismo si presentasse come un movimento politico lo storico ebreo-tedesco Heinrich Graetz (1817-1891) e il filosofo Moses Hess (1812-1875) posero le basi teoriche del nazionalismo ebraico. La fase iniziale del movimento sionista, segnata dalle prime due ondate di immigrazione ebraica in Palestina (1882 e 1904) e dalla fondazione del movimento sionista sulla spinta di Theodor Herzl nel 1898, iniziò dopo i pogrom in Russia seguiti all’assassinio di Alessandro II ad opera dei decabristi.

Nel 1917, con la Dichiarazione Balfour e l’occupazione inglese della Palestina, dopo la fine della guerra con il mandato britannico, si verifica una più consistente ondata di immigrazione ebraica e, contemporaneamente, una più decisa presa di coscienza identitaria dei palestinesi (arabi), nonché una maggior valutazione del problema arabo da parte del movimento sionista. Questo periodo si conclude con i grandi scontri del 1929.

Nel momento in cui assumeva il mandato sulla Palestina e dava appoggio alle richieste sioniste con la dichiarazione Balfour, la Gran Bretagna si trovava davanti una regione relativamente stabile e prospera, ma attraversata da profonde contraddizioni. I coloni sionisti erano circa trecentomila, e sarebbero andati aumentando dopo il ’33 per le persecuzioni nazifasciste (fatto che tra l’altro non impedì a Hitler e Mussolini di appoggiare alcuni movimenti nazionalisti arabi in funzione antiebraica e antbritannica).

La Rivolta fu mossa essenzialmente dall’ostilità araba nei confronti dell’autorizzazione del Regno Unito all’immigrazione ebraica (Dichiarazione Balfour (1917)) e delle vendite di terre da parte dei latifondisti arabi agli immigrati. Infatti la popolazione ebraica in Palestina passò da 80.000 a 360.000 residenti fra il 1918 e il 1936 e gli arabi palestinesi temevano che questo li avrebbe portati a diventare una minoranza nel territorio destinato a diventare uno Stato indipendente alla fine del Mandato.

Gli anni Trenta

Gli anni Trenta iniziarono in una condizione di elevata tensione dovuta agli strascichi dei moti dell’aprile 1920 e maggio 1921 e soprattutto dei moti dell’agosto 1929, durante i quali era stata massacrata ed espulsa la secolare comunità ebraica di Hebron. Inoltre, gli arabi soffrivano l’incremento della disoccupazione tra la loro popolazione, dovuto principalmente alle politiche di assegnazione di numerose terre fertili ai coloni ebrei (le quali da quel momento erano – stando alla versione araba – fuori da ogni controllo o utilizzo futuro da parte della popolazione araba locale) e ai regolamenti voluti dai movimenti sionisti che vietavano ai non-ebrei di lavorare su queste terre.

Nel 1930 la commissione Hope Simpson, rilevò ufficialmente questi problemi e i rischi per la stabilità della regione sottoposta al Mandato britannico nel caso di un loro aggravarsi, sostenendo anche che, dati i sistemi di coltura dei coloni e tradizionali della popolazione araba, non vi erano più terre fertili disponibili da assegnare ai nuovi coloni. Inoltre, nel novembre 1935 gli inglesi avevano ucciso in uno scontro a fuoco vicino a Jenin l’islamista Izz al-Din al-Qassam, attivo a Hebron nel 1929 e fondatore della milizia terroristica Mano Nera nel 1930.

La situazione economica

Nel 1935 gli ebrei controllavano 872 imprese industriali su 1212. Inoltre le imprese controllate da essi procedono con una vasta politica di licenziamento a danno dei lavoratori arabi; nello stesso anno nei quattro insediamenti di Malbis, Dairan, Wadi Hunaim e Khadira il numero di lavoratori arabi (nel giro di un anno) passò da 6.214 a soli 617. Grandi masse di contadini arabi fu cacciata dalle proprie terre alimentando la già folta schiera di contadini sradicati. Il protezionismo sionista era favorito dalle forti tasse sulle importazioni decise dal governo mandatario. Se tanti erano i disoccupati, i lavoratori arabi non se la passavano certo meglio. Secondo un censimento ufficiale del 1937, un lavoratore ebreo riceveva mediamente il 145% di salario in più rispetto ad un collega arabo; nelle fabbriche tessili la percentuale salì al 433% mentre era al 233% nella manifattura. Il 6 giugno 1935 le autorità britanniche proibiscono a Jaffa una manifestazione di disoccupati; il 9 novembre dello stesso anno i soldati britannici uccidono in uno scontro a fuoco il leader guerrigliero al Kassam. Questi due fatti furono le scintille che provocarono lo scoppio della grande rivolta araba che già covava da tempo nell’animo del popolo arabo-palestinese.

Le due fasi della rivolta

La rivolta ha avuto due fasi distinte. La prima è stata trainata soprattutto dall’Alto comitato arabo, urbano ed elitario, e si è concentrata principalmente intorno scioperi e altre forme di protesta politica. In ottobre 1936, questa fase era stato sconfitto da parte dell’amministrazione civile britannica, attraverso una combinazione di concessioni politiche, la diplomazia internazionale e la minaccia della legge marziale. La seconda fase, che ha avuto inizio alla fine del 1937, fu un movimento di resistenza violenta, guidata da contadini che sempre più hanno preso di mira le forze britanniche. Durante questa fase, la ribellione è stata brutalmente repressa dall’esercito britannico e la forza di polizia palestinese con misure repressive che sono stati progettati per intimidire la popolazione araba e minare il sostegno popolare per la rivolta.

Proclamazione dello sciopero nazionale

Il 19 aprile 1936 scoppiò la rivolta. Una settimana dopo, il Mufti di Gerusalemme, Hajji Amin al-Husayni, fondò il Supremo Comitato Arabo, di cui fu sempre presidente. Il Comitato proclamò lo sciopero generale arabo pretendendo la fine dell’immigrazione ebraica in Palestina e il divieto di vendita delle terre agli ebrei.

Sulle colline un nuovo gruppo di guerriglieri arabi comandati dal siriano Fawzi El Kawakij, il quale sarà l’artefice del sabotaggio all’oleodotto della Iraqi Petroleum Company.

Circa un mese dopo l’avvio dello sciopero generale, il Comitato proclamò il rifiuto generale di pagare le tasse e incitò all’abbattimento delle amministrazioni comunali, chiedendo la fine del Mandato (in seguito alla sconfitta dell’impero Ottomano nella ‘guerra santa’ a fianco di Austria e Germania nella Prima guerra mondiale) e l’indipendenza nazionale, nonché elezioni immediate che, basandosi sulla prevalenza demografica araba, avrebbero prodotto, a loro parere, un governo arabo democratico.

La ribellione si allargò all’intero Paese. Azioni armate insurrezionali si verificarono sporadicamente nel Paese, diventando sempre più organizzate col trascorrere del tempo. Un obiettivo particolare dei rivoltosi fu il principale oleodotto costruito solo pochi anni prima fra in vari punti. Altri attacchi colpirono le strade ferrate (inclusi convogli ferroviari). Colonie ebraiche, kibbutzim, quartieri urbani e singoli civili ebrei divennero bersagli per i cecchini arabi, per le loro bombe e le altre attività armate e terroristiche.

La Commissione Peel

Solo dopo sei mesi, nell’ottobre del 1936, lo sciopero fu revocato e la violenza diminuì per circa un anno, finché nel 1937 la Commissione Peel deliberò di raccomandare la spartizione della Palestina fra ebrei e arabi, con un cambiamento rispetto alla linea politica fino ad allora seguita dai governi britannici.

Con la ripulsa di questa proposta, la rivolta riprese durante l’autunno del 1937, contrassegnata dall’assassinio dell’Alto Commissario britannico, Andrews, a Nazaret. Nel settembre 1937, dopo un fallito tentativo di arresto, le autorità britanniche rimossero il Mufti dalla presidenza del Consiglio Supremo Islamico e dichiararono illegale il Supremo Comitato Arabo. In ottobre al-Husayni fuggì in Libano e qui, dove rimase per due anni, ricostituì il Comitato sotto la sua guida.

A parte gli scontri nelle aree urbane, nelle campagne la rivolta toccò il numero di 10.000 militanti arabi al suo acme, durante l’estate e l’autunno del 1938. La violenza continuò per tutto il 1938 e infine si esaurì nel marzo 1939.

I Britannici risposero alla violenza sia rafforzando fortemente il loro dispositivo militare con ulteriori 20.000 unità sia adottando un atteggiamento più severo nei confronti del dissenso arabo. “Detenzione amministrativa” (imprigionamento senza imputazione o processo), coprifuoco e demolizione di abitazioni furono le pratiche cui ricorsero i Britannici in questo periodo. Tuttavia, vi fu anche una risposta politica, con il rapporto della Commissione Peel del 1937 e con la pubblicazione del Libro Bianco del 1939.

La principale organizzazione militare ebraica, l’ Haganah, nata in risposta ai moti del 1920 e trasformata in un esercito clandestino centralizzato forte di 14.500 uomini dopo i moti del 1929, appoggiò de facto gli sforzi repressivi britannici. Sebbene gli amministratori britannici non riconoscessero ufficialmente l’ Haganah, le forze di sicurezza britanniche cooperarono con essa per formare la Polizia Ebraica degli Insediamenti, le Forze Ausiliarie Ebraiche e gli Squadroni Speciali Notturni, così da risparmiarsi la difesa della popolazione ebraica. Nel 1937 un gruppo minoritario scissionista dell’ Haganah, l’organizzazione Irgun Zvai Leumi (chiamata anche per il suo acronimo ebraico Etzel), avviò una politica di rappresaglia e di vendetta, anche contro civili.

La decisione della Francia di attuare una repressione della dirigenza araba a Damasco e in Libano può aver costituito un fattore rilevante per metter fine al conflitto. La Grande rivolta araba proseguì per tre anni. Alla fine, nel marzo del 1939, i caduti arabi assommavano a 5.000, quelli ebraici a 400 e quelli britannici a 200. Più di 120 Arabi furono condannati a morte e circa 40 impiccati. I principali capi arabi furono arrestati o espulsi.

La Rivolta non conseguì quasi nessuno dei suoi obiettivi politici. Tuttavia, scatenava la persecuzione e lo sterminio degli ebrei (Shoah) prima in Germania e poi via via in Austria, in Cecoslovacchia e negli altri paesi occupati durante la Seconda guerra mondiale.

Un’altra conseguenza degli scontri fu la disarticolazione fra le attività economiche ebraiche e arabe in Palestina, che erano state fino a quel tempo più o meno interconnesse. Per esempio, mentre la città ebrea di Tel Aviv era collegata al vicino porto marittimo arabo di Giaffa, le ostilità portarono a sviluppare un porto ebraico a Tel Aviv. Gli storici successivamente sottolinearono l’esplodere della Rivolta come un momento cruciale che portò la popolazione ebraica palestinese a rendersi sempre più indipendente e in grado di auto-sostentarsi.

Durante la Rivolta, le autorità britanniche tentarono di confiscare ogni arma in possesso della popolazione araba. Ciò, e l’eliminazione della parte più rilevante della leadership politica araba nel corso della Rivolta, influenzò non poco la decisione delle varie nazioni arabe d’intervenire militarmente in Palestina, nella Guerra arabo-israeliana del 1948, causata dalla improvvisa dichiarazione d’indipendenza dello Stato d’Israele, avvenuta immediatamente dopo la fine del Mandato britannico (14 maggio 1948), in attuazione della risoluzione 181 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 29 novembre 1947.

 



Categorie:G03- Storia contemporanea dei paesi arabi - Contemporary History of the Arabic Countries

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